Il mistero dei beni sequestrati alla criminalità organizzata

Era il 7 settembre 2011, quando sui giornali a tiratura nazionale veniva pubblicata la notizia che l’Abecol (agenzia regionale per i beni confiscati alle organizzazioni criminali), istituita dalla giunta Marrazzo nel 2009, diventava operativa, con la nomina a direttore di Michele Lauriola, che poteva vantare di essere stato per trent’anni al lavoro presso la presidenza del consiglio in qualità di esperto di antiriciclaggio e di antiterrorismo.

La missione dell’agenzia era la gestione dell’immenso patrimonio immobiliare sequestrato alla criminalità organizzata nella nostra regione, promettendo che gli affidamenti sarebbero avvenuti con la massima trasparenza attraverso bandi pubblici. Un’operazione che andava sicuramente apprezzata, visto che nella sola regione Lazio questi beni sono ben 401, di cui 247 già assegnati.

Per il 2011, la giunta Polverini stanziò 1,3milioni di euro, che avrebbero dovuto sostenere le attività dell’agenzia. Con determina n. A12014 del 28 dicembre 2011, venivano assegnati al prefetto di Roma per pagare i contributi da assegnare tramite apposita domanda a tutti i soggetti affidatari di beni confiscati alla mafia che ne avessero fatta richiesta, per la ristrutturazione degli stessi e per la realizzazione di progetti sulla legalità.

Incuriositi, siamo andati sul sito dell’agenzia a controllare lo stato dei lavori e, con nostra sorpresa, abbiamo potuto verificare lo stato di abbandono in cui versa, tant’è che non risulta pubblicato l’elenco degli immobili sequestrati. Non vi è neppure l’elenco dei 247 beni già assegnati, così che la trasparenza, tanto pubblicizzata, pare trasformarsi nel solito slogan a cui l’attuale classe politica ci ha da troppo tempo abituato.

Qualcosa si riesce a capire, invece, quando si va a dare un’occhiata al sito dell’ANBSC (agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata). Viene fuori un quadro molto grave su quanto sia pesante l’aggressione criminale alla nostra città. Sono ben 12 gli immobili che risultano nell’elenco, di cui 4 sono gli immobili destinati e consegnati. Tre sono stati destinati al comune (2 appartamenti ed 1 terreno agricolo) ed uno (villa) alla polizia di stato. Ben 7 invece gli immobili (6 appartamenti ed un misterioso altro) sono destinati ma non consegnati. Ed infine un appartamento che risulta essere uscito dalla gestione dei beni sequestrati.

Purtroppo non possiamo andare oltre, visto che non è possibile verificare il dettaglio del bene e nemmeno il decreto di destinazione, ove fosse avvenuto.

A nostra memoria, tra i beni assegnati risulta ad esempio un immobile che è stato confiscato al clan camorristico dei Moccia, in località Acquatraversa, che è stato affidato poi dal Comune di Formia all’Associazione Emmanuel, allo scopo di avviare un programma educativo, volto all’integrazione di soggetti diversamente abili e alla formazione di figli di immigrati, nonché all’inserimento di giovani meno agiati e a rischio.

Mentre è ancora in uno stato di completo abbandono l’albergo-ristorante-dancing in via Unità d’Italia, noto ai formiani come “Marina di Castellone”, che le cronache raccontano di proprietà di Cipriano Chianese, personaggio che per conto del clan dei casalesi ha diretto indisturbato per oltre un decennio il business dei rifiuti per conto del noto clan camorristico. Il sequestro venne effettuato nel Settembre del 2008 dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Il provvedimento gli confiscò beni mobili ed immobili per un valore di circa 78 milioni di euro.

Per una città, dove qualcuno di molto in alto si ostina a dire che la criminalità organizzata non esiste, non è un vanto avere 11 (o forse 12) immobili che sono stati sequestrati alla camorra.

E probabilmente ve ne saranno decine di altri che a vario titolo sono nella disponibilità dei tanti affiliati ai clan che soggiornano nella nostra città.

Probabilmente, questo non importa a chi non ha voglia di scoperchiare il marciume che sta dilagando nella nostra città, ormai serva degli interessi criminali di ben altro spessore dei soliti ladri di galline di cui sembra si voglia interessare la politica di palazzo.

Rimane il problema della trasparenza con la quale viene amministrato l’immenso patrimonio immobiliare targato “mafia”, che non vorremmo venga trasformato nell’ennesima occasione di spreco da un lato, e dall’altro un’occasione persa per i cittadini di appropriarsi del maltolto.

E soprattutto smettiamola con la politica degli slogan che serve solo ai politici desiderosi di conquistare le prime pagine dei giornali e poco o nulla alla lotta contro il crimine organizzato.

Gennaro Varriale
Segretario del Circolo “Enzo Simeone”
Partito della Rifondazione Comunista
Formia

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