Lavoratori,«Buon 1° Maggio»

I dati pubblicati dall’ISTAT proprio in prossimità della Festa dei lavoratori, che come ogni anni si tiene il 1° Maggio, dimostrano ancora una volta che la crisi che sta colpendo i lavoratori è lontana dall’abbandonarci. Dopo la lieve flessione di febbraio il tasso di disoccupazione è tornato a salire, fino ad attestarsi all’8,3%. Il tasso maschile si attesta al 7,6% mentre il tasso femminile al 9,2%. Peggio se si guarda al tasso di disoccupazione dei giovani che rispetto al febbraio scorso è salito dell’0,3%, attestandosi al 28,6%.
Dati che spazzano via in un colpo solo la propaganda governativa, che è tutta volta ad affermare che la crisi sta finendo, nascondendo i continui fallimenti delle politiche iper-liberiste che in questi anni si sono affermate nel nostro paese, e non solo. E’ inutile nascondercelo la grave crisi che ha colpito il nostro paese è stata fatta pagare ai poveri, spesso lavoratori dipendenti con un solo stipendio, mentre i ricchi hanno potuto continuare nel loro processo di accumulazione del capitale, investendo in prodotti finanziari dalla dubbia fama.

Un dato per tutti: Il 10 per cento degli italiani che possiede quasi la metà della ricchezza totale della nazione. Altro dato che dovrebbe far riflettere i nostri governati è che nel 2010 gli italiani hanno speso sempre meno per mangiare. Ma se i supermarket ed i piccolo alimentari di quartiere fanno fatica a incassare il necessario per sopravvivere, i discount sono affollatissimi. Ci va chi deve fare attenzione a non indebitarsi per mangiare e nel non cadere vittima della famosa sindrome della terza settimana, e che poi spiega il boom di prestiti e il calo dei conti correnti (fonte Bankitalia) chiusi da chi è alla ricerca di denaro contante per sopravvivere. E mentre i debiti aumentano, ha anche ripreso a galoppare l’inflazione, massacrando il potere d’acquisto di chi prova a sopravvivere.

La causa del deterioramento dello stato dei lavoratori dipendenti è da ricercare in politiche economiche che di fatto hanno avuto come unico obiettivo quello di spostare la ricchezza del paese dal lavoro alla rendita finanziaria, grazie ad un forte aumento delle tasse, dirette e indirette su tariffe e servizi, in cambio delle quali abbiamo ricevuto tra l’altro una notevole riduzione dei servizi pubblici (sanità, trasporti, acqua, ….), mentre ai prodotti finanziari è stata concessa una tassazione più favorevole. Ai lavoratori poi è stato riservato un trattamento senza precedenti, hanno vinto quelli che promettevano, nel chiuso del palazzo, alla classe operaia “lacrime e sangue” ed infatti negli ultimi anni abbiamo visto l’affermarsi di una nuova figura professionale: “il precario”.

Dal pacchetto Treu, in poi si è perseguita la via della precarizzazione del rapporto di lavoro, con la quale si è voluto subordinare il lavoratore alle esclusive esigenze del mercato. Due infatti sembrano gli elementi distintivi che identificano il moderno schiavo: mancanza di continuità del rapporto di lavoro e mancanza di un reddito sufficiente a garantire di che vivere, impedendo ai più di progettare un futuro, insomma è nato il lavoratore “usa e getta”. Fino a poco tempo fa precario era il giovane lavoratore, quasi alle prime armi e specialmente nei settori di recente nascita . Ora invece questa tipologia di lavoro si è estesa all’intera società, dall’istruzione agli enti locali, fino ad arrivare buon’ultima all’industria e riguarda qualsiasi fascia di età, senza distinzione di sesso e di razza. La normalità è ora il sistema precario. E coinvolge non solo le persone poco istruite ma anche i laureati. Insomma una valanga di proporzioni inaudite. A questa nuova tipologia di lavoro si aggiunge il sempreverde “lavoro nero”, in questi anni purtroppo mai passato di moda.

Qualche uccello del malaugurio ha profetizzato una guerra di tutti contro tutti, allo scopo di affermare la propria persona a danno degli altri, dimenticando quella rete di legami sociali che da sempre ha permesso ai lavoratori di uscire indenni dagli scontri con quella che noi comunisti identifichiamo con il nome di “razza padrona”, il trionfo della quotidiana rinuncia alla propria dignità. Ed invece a noi sembra che invece negli ultimi tempi si stia rifacendo strada nelle piazze, nei luoghi di lavoro una nuova forma di conflitto sociale, che ha lo scopo di riaffermare proprio quella dignità che sembrava perduta.

Da qualche tempo, infatti, donne, lavoratori, studenti, insegnanti, precari, migranti, mondo della cultura si sono mossi, guidati da un sentimento comune, che tiene insieme iniziative che solo ad uno sprovveduto possono apparire diverse, ma che invece hanno lo scopo di riaffermare che la dignità non ha prezzo, come non ha prezzo la conquista del diritto ad un lavoro, che non deve essere più una concessione frutto del potere autocratico del padrone, ma figlio delle lotte che inevitabilmente devono partire dal basso, da chi vive il dramma della disoccupazione, della precarietà, della fame. E’ necessario altresì che chi non guarda il presente con rassegnazione metta in piedi proposte urgenti per il lavoro e per i suoi diritti, perché nessuno venga lasciato solo.

Avremmo bisogno di una classe politica all’altezza del momento ed invece non sentiamo rappresentate, in parlamento, le nostre istanze. Mai la politica è stata così lontana dai bisogni veri della gente. Intanto almeno godiamoci la nostra festa e quindi: “Tanti auguri di buon 1° Maggio,lavoratori”.

circolo “ENZO SIMEONE”
partito della Rifondazione Comunista
Formia

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Giovanni Bovio, (Trani 6 febbraio 1837 – Napoli, 15 aprile 1903) filosofo e principe del foro che, in tribunale, difendendo i primi militanti operai dalla furia repressiva dei sedicenti liberali, nel pieno dell’offensiva crispina contro i diritti del lavoro, così implorava governanti e giudici borghesi: “Vi chiediamo che rimuoviate gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile o sterile per noi. Vogliamo la pace e la giustizia sociale: non rispondeteci coi fucili nelle mani e con aspre sentenze. I chierici ci fecero dubitare di Dio; i signori feudali ci fecero dubitare di noi stessi, se uomini fossimo o animali; la borghesia ci fa dubitare della patria da che ci ha fatti stranieri sulle terre nostre. Per carità di voi stessi e per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro. Che ci resterebbe? Temiamo di domandarlo a noi stessi. Non fate noi delinquenti e voi giudici! E dopo queste voci, magistrati, arriva la vostra parola.”

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